Depressione: l’insostenibile pesantezza dell’essere


Depressione: l’insostenibile pesantezza dell’essere


A volte è più difficile privarsi di un dolore che di un piacere. (Francis Scott Fitzgerald)


Accade, un giorno, che tutti i costrutti mediante i quali abbiamo portato avanti la nostra vita, si sbriciolino come castelli di sabbia, ed all’improvviso, qualsiasi cosa diventa intollerabile tutto sembra astratto ed irraggiungibile : alzarsi dal letto, lavarsi, compiere le azioni più normali che hanno scandito la nostra esistenza fino a quel momento diventa enormemente faticoso.
 Questa totale incapacità di mettere in atto una sequenza di eventi che ci permetta di raggiungere un determinato obiettivo la possiamo chiamare depressione.
In termini clinici per DEPRESSIONE si intende una irregolarità del tono dell’umore,   protratta  nel tempo per un periodo di almeno due settimane,    associato a sensibili modificazioni del pensiero,  del comportamento  e delle funzioni fisiologiche,  con disagio significativo o significativa compromissione del funzionamento sociale, lavorativo, relazionale ecc.



La depressione è una bolla nera che ci soffoca, che ci porta via , ci allontana dai nostri cari e dipinge il mondo di tonalità cupe.
Angoscia: è il termine più adatto per definire la sensazione che pervade il paziente depresso. Angoscia deriva dal tedesco  Angst: soffocare; il vocabolario cita Sensazione di stringimento all’epigastrio, accompagnata da gran difficoltà del respiro e da profonda tristezza; affanno, molestia,  dolore che quasi stringe il cuore.  E’ una definizione perfetta, chi soffre o ha sofferto in passato di questa devastante malattia lo potrà confermare.

La depressione ha sintomi ben precisi che si possono individuare qualora fossimo in grado di vedere cosa ci accade: purtroppo la bestia nera ci toglie questa capacità e noi ci ritroviamo in un gorgo così viscido e risucchiante che persino emettere una parola, una richiesta di aiuto ci sembra impossibile. E allora i nostri cari non capiscono, e ci dicono vai dal dottore,fai qualcosa, lo dicono perché sono preoccupati per noi ma noi percepiamo la frase come un ordine arrabbiato, come urlata in faccia alla nostra impotenza. Perché la nostra autostima è talmente traballante da non riuscire a concepire che qualcuno ci voglia abbastanza bene da preoccuparsi per il nostro stato.

I SINTOMI DELLA DEPRESSIONE
      Emotività e cognitività:  tristezza, disperazione, indifferenza, non provare sensazioni, vuoto interno, apatia indecisione, anedonia, diminuita capacità attentiva e mnemonica, pessimismo, idea di morte, idee di rovina,di auto-svalutazione, di indegnità, senso di colpa.
         Comportamento: rallentamento, ipomimia, irrequietezza, inibizione.
  Funzioni fisiologiche: insonnia e ipersonnia, senso di tensione, diminuzione di forze, vertigini, ipotensione, dispnea, stipsi, colite, perdita di appetito, perdita di peso, senso di freddo, cardiopalma, dolori diffusi ecc.


La depressione è un male oscuro e solo pronunciarne il nome spaventa: SONO DEPRESSO, solo chi non lo è riesce a dirlo con scioltezza. Perché , soprattutto nella nostra cultura contadina, la depressione è “buontempo” un disagio di chi non ha nulla a cui pensare, e quindi oltre alla malattia, perché è una malattia, c’è l’onta martellante del giudizio.

La società moderna, crogiolo di mille attività e di una frenesia fobica che ci incatena alla legge del “fare a tutti i costi “ ci intima un ordine perentorio: Datti una mossa.

Non ci riesco a darmi una mossa, non ce la faccio, non riesco nemmeno a pensare di aprire gli occhi e di mettere un piede davanti all’altro,le gambe sono così grandi così pesanti, non ci riesco, il corpo mi duole e la mente piange, perché devo farlo, cosa mi può dare farlo, a cosa mi può portare? Dove? Nel nulla.

Questa è la fissazione: il nulla che ci avvolge e ci opprime senza scampo.

LA DEPRESSIONE E’ UN AMPIO PROBLEMA INDIVIDUALE E SOCIALE . E’ così diffusa che nel corso dell'esistenza colpisce almeno una volta una persona su cinque. Si calcola che il 50% dei pazienti depressi non venga diagnosticato.

4 commenti:

Unknown ha detto...

Ho già scritto in altra sede di depressione, ma ripropongo il mio pensiero, perchè convinta che pochi siano consapevoli della "rovina sociale" che questo male comporta. Il cancro è certamente la malattia più terribile e giustamente temuta; è sofferenza profonda del fisico, disfacimento del corpo, è la distruzione della persona. Chi è accanto all'ammalato rimane annichilito, impotente dinanzi allo spegnersi lento del proprio caro. Poi tutto finisce...si ferma. La depressione invece è il dolore immenso dell'anima, è la prigionia delle emozioni senza vedere uno spiraglio di luce, è lo struggimento dell'interiorità, è l'annientamento della volontà e dello spirito...E chi si trova a contatto col depresso può rimanerne contagiato. Ne sono esposti soprattutto i più deboli, i meno dotati di strategie per difendersi: mi riferisco ai figli, ai bambini. Se non aiutati, ne rimarrannoimbrigliati a vita... ed il virus sarà destinato ad espandersi. Si insinuerà silente ancora nella prole successiva e nei figli dei figli in una spirale di didagio senza fine. Tante sono le manifestazioni di questa malattia che non sempre la si riconosce perchè spesso chi ne soffre - come hai sottolineato tu, Giuseppina - tende a nascondersi, a negare il dramma interiore. Per tale motivo la malattia può allungare i suoi artigli sulle generazioni successive, sino a quando il bubbone scoppia in una defraglazione somma, o sino a quando, fortunosamente, la persona sofferente si fa umile ed afferra la mano che qualcuno tende. Ma è, comunque,tardi, non per l'ammalato che si è dichiarato, quanto per chi, nell'ambiente familiare, nella stirpe familiare ha sofferto prima. Non facciamo, dunque, gli eroi. Se ci sentiamo pervasi dal male oscuro non combattiamo in solitudine, ma chiediamo aiuto e soprattutto in famiglia si soccorrano i bambini, si faccia attenzione al loro dolore muto, allo sguardo sfuggente che, comunque, vede il genitore sordo, ripiegato su se stesso. Siano questi bambini circondati d'affetto e soprattutto siano ASCOLTATI. Si cerchi di far sgorgare il dolore accumulato che, se represso, ribollirà continuamente, ematoma pericoloso, pronto ad esplodere incontrollato.

Unknown ha detto...

Hai ragione, dobbiamo proteggere i bambini. Sempre ed a oltranza. Perchè saranno loro a doversi giocare la profezia di morte velata dalla depressione. Basta voler vedere, cosa ch oggi è piuttosto rara.

Francesca Laura Campisi ha detto...

Mi trovo con voi a discutere di qualcosa che,in parte,credo di aver vissuto in modo diretto o indiretto.Far parte di una famiglia numerosa non sempre è sinonimo di allegria,comunemente lo si pensa magari ricordando qualche simpatica serie tv americana come La Famiglia Bradford o I Robinson.Nella realtà,molto spesso,i figli cercano di avere il proprio spazio in famiglia,di capire il proprio ruolo al suo interno,di brillare agli occhi di uno o di entrambi i genitori.Si ritrovano in mezzo a liti furibonde,si tappano le orecchie e si chiudono in camera per non vedere,per non sentire.Mi trovo d'accordo con Elisabetta sulla necessità di proteggere l'infanzia molto spesso turbata,distrutta,annientata.Un bambino che deve diventare grande perchè così può proteggersi da solo,sarà un adulto privo di sicurezza in sè stesso.Vedere piangere una madre e non capire il perchè,sentire urlare un padre e non capire come mai,aver paura della sera,di restare soli con loro che litigano, perchè i fratelli o sorelle maggiori hanno già l'età per uscire e far tardi,aspettare il nuovo giorno per correre a scuola e poi far scena muta,per timidezza,per insicurezza,sono tutti motivi per far scaturire un male di vivere che cresce,a volte si arresta per poi ricominciare,cambiare forma e nome,luogo o stagione.Tu sei sempre la stessa persona ma in te resta impresso come un marchio il vissuto con tutte le sue sfumature per cui, a volte, prevale quel buio contro cui hai lottato e in cui ti sei rifugiato da bambino.Io ho imparato a non aver paura di questo buio,a non voler a tutti i costi accendere una luce.A volte basta una candela per illuminare un tavolo,un angolo della casa e del mio cuore.Non dobbiamo dimostrare agli altri di esser sempre felici e sorridenti solo perchè la società ci vuole tutti "sorriso durbans" ma quel sorriso deve davvero far vibrare ogni singola cellula del nostro corpo.E se un giorno,un mese,una stagione non abbiamo voglia di sorridere possiamo anche cercare di stare un po'con noi stessi,ascoltandoci di più.Sono questi i momenti preziosi in cui la nostra anima parla e le risorse che abbiamo dentro si manifestano e chiedono di essere utilizzate.Ascoltiamoci di più,senza giudicarci,senza colpevolizzarciBastano gli altri a farlo,ogni giorno,crudelmente ed egoisticamente!

Unknown ha detto...

Ti ringrazio francesca per il regalo che ci hai voluto fare.
Possiamo parlare di teorie, pontificare su tecniche, ma in realtà sono la vita e l'esperienza che fanno della psicologia un campo così vasto e delicato. Ognuno può essere spunto per qualcuno, con il proprio apporto o il proprio contributo.
Per aprire uno squarcio.
Per spogliare la solitudine.
Grazie di cuore.