RASPUTIN IL GRANDE
Che afa.
Probabile che il 1921 sarà
ricordato come l’anno più caldo del secolo.
E poi per lui, abituato ai
grandi freddi della grande madre Russia…un disastro, era tutto pezzato: così
provinciale.
La fila degli attori in
attesa di poter fare il provino per I
cavalieri sembrava lunghissima ma erano solo le sette del mattino e il suo
senso della misura era un po’ obnubilato dalla nottata passata sulla panchina
del parco.
Uno due tre eccomi pronto
stirato e bello come il sole; sono Rasputin, il Grande.
Oddio, poi non così grande,
un metro e settanta con i cartoni nelle scarpe, che tre centimetri glieli
facevano guadagnare tutti..
Lo diceva sempre mamma
Ivanka, “tu sei un genio bambino mio” in realtà mamma Ivanka diceva “tu sei un
genio Popov”. Sì, perché Rasputin era il nome d’arte, forse un po’ azzardato,
ma significativo: se il vero Rasputin era riuscito ad incantare la zarina
Alessandra, lui avrebbe potuto incantare tutte le altre donne normali.
Come Popov non sarebbe
andato da nessuna parte.
Popov.
Suonava come una scoreggia o
come la prova delle note di un trombone.
O come un treno in partenza:
Po po v po po v pop o v pop o v pop o v fiu fiuuuuuuuuuuuu
No no no.
Che poi non era nemmeno
Popov il nome vero, i suoi genitori avevano ritenuto opportuno cambiare
identità per evitare di sparire in qualche gulag siberiano: Lenin il magnifico
non è che amasse tantissimo gli ebrei, e quindi da Eliah era diventato Popov e
da Popov Rasputin.
Niente da dire, una
grandissima scalata.
A volte si sentiva un po’
confuso, aveva perduto l’appartenenza e le sue credenze erano affondate con la
vecchia valigia nel porto di New York.
Ma andava bene così.
La fila si era ridotta di un
poco, c’era un tipetto davanti a lui che non gli piaceva. Aveva detto di
chiamarsi Rodolfo, Valentino, se non ricordava male. Che razza di nome, quasi
peggio di Popov.
Dove pensava di andare con
un nome del genere?
Aveva ripreso a
canticchiare, senza rendersene conto. Si era svegliato con quel motivo nel
cervello ed ora non c’era verso di liberarsene.
L’aria della Traviata gli
girava nella testa come un pensiero intrusivo. Libiamo, libiamo ne lieti calici… mamma che fame.
Certo che era proprio bravo
quell’italiano, Verdi forse, proprio bravo, valeva la pena ascoltarlo.
Quanto tempo era che non
mangiava? Due giorni, no quello era il terzo giorno e se non si fosse inventato
qualcosa di creativo anche le prossime ore avrebbero portato il nulla.
Che caldo.
Incredibile, Valentino
nemmeno sudava, certo che aveva classe.
Ma con quel nome.
Lui stava sudando come un
maiale e se non si fossero mossi con un po’ di velocità tempo un’oretta e
avrebbe puzzato anche come un maiale.
Rasputin il Grande si diede
una possente sniffata, come un animale che annusa la preda.
Che schifo, non era solo il
cibo che mancava da tre giorni.
Certo che avrebbe potuto
pensarci prima, mamma Ivanka adesso l’avrebbe preso per le poderose orecchie
che spuntavano con ostinata consistenza dai capelli imbrillantinati e l’avrebbe
buttato nel torrente gelido.
Con fare indifferente diede
un’annusatina anche all’italiano: niente, sapeva di latte e di brillantina
profumata.
Una disdetta.
Ci voleva un’idea.
Rasputin si toccò il naso
prominente e infilò il dito mignolo nell’orecchio destro: era il suo modo di
conciliare i pensieri.
Quando venivano.
Non venivano spesso, a volte
qualche immagine un po’ sbiadita, che risuonava rimbombando come se fosse in un
corridoio lungo e stretto. E vuoto.
Bene.
Ora sarebbe toccato al
biondino, poi all’italiano e poi a lui.
Nessuna idea.
Che disdetta.
Probabilmente quando il buon
Dio aveva distribuito le idee lui era in bagno…di certo non a lavarsi.
Chissà da chi aveva preso
l’allergia per le abluzioni quotidiane; mamma Ivanka si lavava ogni giorno ed
ogni settimana faceva persino il bagno, il babbo era persino maniacale, il suo
retaggio glielo imponeva: quello che era giusto era giusto, se Lenin il
magnifico avesse visto quanto si lavava il cittadino Alessandrovic evrebbe
capito al volo che non era un figlio del popolo ma un libraio ebreo. Era
lampante.
Libiamo, libiamo ne lieti
calici…chissà
che si provava a libiare, chissà che voleva dire libiare, di certo doveva
essere una cosa bellissima, o cielo, lui di calici lieti non ne aveva mai
visti, e nemmeno tristi a dire il vero.
Come faceva un calice ad
essere triste o allegro? Al massimo poteva essere sbeccato.
Mamma santa che meraviglia.
Una donna bellissima stava avanzando con incedere maestoso proprio verso di
lui. Sembrava che lo guardasse e sorridesse.
Mamma santa aveva le
allucinazioni, troppi giorni a digiuno.
La tocco, così se è
un’allucinazione scompare. E se non è un’allucinazione mi dà uno schiaffo
sonoro: non la tocco, anche se è
un’allucinazione rallegra la giornata.
La lunga fila guardava
ipnotizzata la donna che con passo altero e deciso si avvicinava , tutti
speravano di essere i beneficiari del sorriso d’avorio che brillava sotto la
luce del sole.
L’unico indifferente pareva
l’italiano, eggià, solo gli orecchioni erano così puliti.
Ora tutto tornava.
“Ciao Rudy”
Rudy non suonava affatto
male.
Rudy, sembrava un soffio.
Rudy. Raspu, no: Raspu era
terribile.
Che stava facendo? Lo
baciava! Ma non era possibile.
Eliah- Popov -Rasputin il
Grande era verde di bile, puzzava come un maiale e riteneva che non solo l’italiano
avesse un nome orribile ma che la donna avrebbe dovuto accorgersi che
sessualmente non avrebbe mai potuto compiacerla.
Che disdetta, se solo si
fosse dato una lavata.
Libiamo, libiamo ne lieti calici macchè lieti, non c’era
nulla di lieto e la vita era una farsa.
Lui , Rasputin il grande
costretto a fare una fila in quel caldo torrido ed a sorbirsi le smancerie
della dea che si era abbarbicata all’italiano.
Sembrava una pianta d’edera.
Troppo appiccicosa, così
proprio gli avrebbe dato solo fastidio, era una fortuna non avesse scelto lui.
Eliah - Popov - Rasputin il
Grande era di nuovo felice, di quella felicità ingenua che non ti fa sentire la
fame e che colora tutto d’azzurro.
La vita era bella,
l’italiano era entrato a fare il provino e presto sarebbe toccato a lui.
E tra qualche mese sarebbe
stato uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse.
Non aveva dubbi, Lui era Rasputin il grande, l’unico, il vero.
[i]
Rodolfo Valentino nel 1921 viene notato da una talent-scout
di nome June Mathis, la quale propone alla Metro Goldwyn Mayer di farne il
protagonista della pellicola di genere avventuroso, "I quattro cavalieri
dell'Apocalisse" (The Four Horsemen of the Apocalypse, 1921) di Rex
Ingram, di cui rimarrà memorabile la scena in cui Valentino balla con grazia e
sensualità un appassionante tango.

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