Racconti: RASPUTIN IL GRANDE



RASPUTIN IL GRANDE
di Giusepppina Tratta



Che afa.
Probabile che il 1921 sarà ricordato come l’anno più caldo del secolo.
E poi per lui, abituato ai grandi freddi della grande madre Russia…un disastro, era tutto pezzato: così provinciale.
La fila degli attori in attesa di poter fare il provino per I cavalieri sembrava lunghissima ma erano solo le sette del mattino e il suo senso della misura era un po’ obnubilato dalla nottata passata sulla panchina del parco.
Uno due tre eccomi pronto stirato e bello come il sole; sono Rasputin, il Grande.
Oddio, poi non così grande, un metro e settanta con i cartoni nelle scarpe, che tre centimetri glieli facevano guadagnare tutti..
Lo diceva sempre mamma Ivanka, “tu sei un genio bambino mio” in realtà mamma Ivanka diceva “tu sei un genio Popov”. Sì, perché Rasputin era il nome d’arte, forse un po’ azzardato, ma significativo: se il vero Rasputin era riuscito ad incantare la zarina Alessandra, lui avrebbe potuto incantare tutte le altre donne normali.
Come Popov non sarebbe andato da nessuna parte.
Popov.
Suonava come una scoreggia o come la prova delle note di un trombone.
O come un treno in partenza: Po po v po po v pop o v pop o v pop o v fiu fiuuuuuuuuuuuu
No no no.
Che poi non era nemmeno Popov il nome vero, i suoi genitori avevano ritenuto opportuno cambiare identità per evitare di sparire in qualche gulag siberiano: Lenin il magnifico non è che amasse tantissimo gli ebrei, e quindi da Eliah era diventato Popov e da Popov Rasputin.
Niente da dire, una grandissima scalata.
A volte si sentiva un po’ confuso, aveva perduto l’appartenenza e le sue credenze erano affondate con la vecchia valigia nel porto di New York.
Ma andava bene così.
La fila si era ridotta di un poco, c’era un tipetto davanti a lui che non gli piaceva. Aveva detto di chiamarsi Rodolfo, Valentino, se non ricordava male. Che razza di nome, quasi peggio di Popov.
Dove pensava di andare con un nome del genere?
Aveva ripreso a canticchiare, senza rendersene conto. Si era svegliato con quel motivo nel cervello ed ora non c’era verso di liberarsene.
L’aria della Traviata gli girava nella testa come un pensiero intrusivo. Libiamo, libiamo ne lieti calici… mamma che fame.
Certo che era proprio bravo quell’italiano, Verdi forse, proprio bravo, valeva la pena ascoltarlo.
Quanto tempo era che non mangiava? Due giorni, no quello era il terzo giorno e se non si fosse inventato qualcosa di creativo anche le prossime ore avrebbero portato il nulla.
Che caldo.
Incredibile, Valentino nemmeno sudava, certo che aveva classe.
Ma con quel nome.
Lui stava sudando come un maiale e se non si fossero mossi con un po’ di velocità tempo un’oretta e avrebbe puzzato anche come un maiale.
Rasputin il Grande si diede una possente sniffata, come un animale che annusa la preda.
Che schifo, non era solo il cibo che mancava da tre giorni.
Certo che avrebbe potuto pensarci prima, mamma Ivanka adesso l’avrebbe preso per le poderose orecchie che spuntavano con ostinata consistenza dai capelli imbrillantinati e l’avrebbe buttato nel torrente gelido.
Con fare indifferente diede un’annusatina anche all’italiano: niente, sapeva di latte e di brillantina profumata.
Una disdetta.
Ci voleva un’idea.
Rasputin si toccò il naso prominente e infilò il dito mignolo nell’orecchio destro: era il suo modo di conciliare i pensieri.
Quando venivano.
Non venivano spesso, a volte qualche immagine un po’ sbiadita, che risuonava rimbombando come se fosse in un corridoio lungo e stretto. E vuoto.
Bene.
Ora sarebbe toccato al biondino, poi all’italiano e poi a lui.
Nessuna idea.
Che disdetta.
Probabilmente quando il buon Dio aveva distribuito le idee lui era in bagno…di certo non a lavarsi.
Chissà da chi aveva preso l’allergia per le abluzioni quotidiane; mamma Ivanka si lavava ogni giorno ed ogni settimana faceva persino il bagno, il babbo era persino maniacale, il suo retaggio glielo imponeva: quello che era giusto era giusto, se Lenin il magnifico avesse visto quanto si lavava il cittadino Alessandrovic evrebbe capito al volo che non era un figlio del popolo ma un libraio ebreo. Era lampante.
 Libiamo, libiamo ne lieti calici…chissà che si provava a libiare, chissà che voleva dire libiare, di certo doveva essere una cosa bellissima, o cielo, lui di calici lieti non ne aveva mai visti, e nemmeno tristi a dire il vero.
Come faceva un calice ad essere triste o allegro? Al massimo poteva essere sbeccato.
Mamma santa che meraviglia. Una donna bellissima stava avanzando con incedere maestoso proprio verso di lui. Sembrava che lo guardasse e sorridesse.
Mamma santa aveva le allucinazioni, troppi giorni a digiuno.
La tocco, così se è un’allucinazione scompare. E se non è un’allucinazione mi dà uno schiaffo sonoro: non la tocco,  anche se è un’allucinazione rallegra la giornata.
La lunga fila guardava ipnotizzata la donna che con passo altero e deciso si avvicinava , tutti speravano di essere i beneficiari del sorriso d’avorio che brillava sotto la luce del sole.
L’unico indifferente pareva l’italiano, eggià, solo gli orecchioni erano così puliti.
Ora tutto tornava.
“Ciao Rudy”
“Ciao June[i]
Rudy non suonava affatto male.
Rudy, sembrava un soffio.
Rudy. Raspu, no: Raspu era terribile.
Che stava facendo? Lo baciava! Ma non era possibile.
Eliah- Popov -Rasputin il Grande era verde di bile, puzzava come un maiale e riteneva che non solo l’italiano avesse un nome orribile ma che la donna avrebbe dovuto accorgersi che sessualmente non avrebbe mai potuto compiacerla.
Che disdetta, se solo si fosse dato una lavata.
Libiamo, libiamo ne lieti calici macchè lieti, non c’era nulla di lieto e la vita era una farsa.
Lui , Rasputin il grande costretto a fare una fila in quel caldo torrido ed a sorbirsi le smancerie della dea che si era abbarbicata all’italiano.
Sembrava una pianta d’edera.
Troppo appiccicosa, così proprio gli avrebbe dato solo fastidio, era una  fortuna non avesse scelto lui.
Eliah - Popov - Rasputin il Grande era di nuovo felice, di quella felicità ingenua che non ti fa sentire la fame e che colora tutto d’azzurro.
La vita era bella, l’italiano era entrato a fare il provino e presto sarebbe toccato a lui.
E tra qualche mese sarebbe stato uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse.
Non aveva dubbi,  Lui era Rasputin il grande, l’unico, il vero.



[i] Rodolfo Valentino nel 1921 viene notato da una talent-scout di nome June Mathis, la quale propone alla Metro Goldwyn Mayer di farne il protagonista della pellicola di genere avventuroso, "I quattro cavalieri dell'Apocalisse" (The Four Horsemen of the Apocalypse, 1921) di Rex Ingram, di cui rimarrà memorabile la scena in cui Valentino balla con grazia e sensualità un appassionante tango. 


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