Ho ripreso il titolo del libro di Bertold Ulsamer perchè più passa il tempo e più mi rendo conto, confrontandomi con colleghi , amici, pazienti ed umanità di varia sorte , che è proprio così, e che questa frase nasconde due potenti verità: la prima è il contenuto del messaggio, ovvero più radicata è la nostra appartenenza più siamo in grado di vivere la libertà.
La seconda si cela nel paradosso: il paradosso è uno strumento potentissimo per toglierci dai guai, forse perchè quando siamo in una situazione paradossale qualsiasi scelta facciamo risulta sbagliata, forse perchè il paradosso ci costringe ad usare il pensiero laterale o il pensiero primario, come direbbe Watzlawick.
Io amo i paradossi, mi ci incastro con la destrezza di un acrobata, e quello su cui ho riflettuto proprio stamane è che, nonostante io sia intimamente una creatura solitaria paradossalmente mi ritrovo comodamente appoggiata in gruppi di ogni tipo.
E ci sto bene.
E mi nutro.
E ci sto bene.
E mi nutro.
Ieri sono stata accolta in un gruppo-virtuale- di festanti cuoche/cuochi, mi hanno ospitato in un tripudio di profumi colori e risate. E mi ci sono sentita a casa. E li ringrazio per l'ospitalità (http://www.facebook.com/groups/255877254438686/611143828912025/?notif_t=group_activity)
Molti trovano noioso appartenere ai gruppi, trovano noioso il fiume di notifiche che alla mattina riempiono la casella di posta , decine di ciao e buongiorno e bentornati.
Bellissimo.
Allegro.
C'è chi osserva con pietà questi nuovi clan virtuali, io trovo questo atteggiamento ottuso. Certo, non hanno le caratteristiche della materialità, la conoscenza passa da parole scritte e fotografie, da una immagine, ma quanti di noi possono dire di mostrare agli altri, ai nostri amici, parenti, conoscenti, come siamo realmente?
Pochi.
Appartenere ci da sicurezza.
I figli dei figli della guerra , ovvero le persone della mia generazione, di sicurezza non ne hanno avuta molta, sono stati allevati da persone sopravvissute alla follia, persone la cui sensibilità si era perduta sotto i ponti duranti i bombardamenti, la cui dignità aveva sofferto la fame, la cui ideologia era stata annullata dall'istinto di sopravvivenza.
Quanta appartenenza possono averci trasmesso?
Ed allora eccoci qui ad apprezzarla in ogni sfumatura, o a rinnegarla quando non siamo ancora in grado di assumercene la responsabilità.
Appartenere non ha solo un cognome, un luogo, una terra, un mestiere: appartenere significa anche appoggiarsi in quelle pieghe inaspettate della vita che ci possano riscaldare.
Lasciando un pò di noi, del nostro calore, senza perdere nulla.
Abbandonando il giudizio e il pregiudizio.
Un grande atto d'amore.

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