La gratitudine
Di Giuseppina Tratta
Un'anima delicata è angustiata dal
sapere qualcuno obbligato a ringraziarla; un'anima gretta, dal sapersi
obbligata a ringraziare qualcuno.
Friedrich Nietzsche, Umano,
troppo umano, 1878
Tempo fa scrissi un articolo sulla generosità. Mi
piacque molto scriverlo, perché sapevo sarebbe stato un velato ringraziamento a
tutte quelle persone che mi avevano in qualche modo aiutato.
Mi sono ritrovata, in questi giorni, a riflettere su
quanto ringraziare potesse fare sentire più leggeri i cuori, alla valenza propedeutica
di questo atto così raro, e ho scoperto che alcuni studiosi ci avevano pensato
prima di me.
Emmons e
McCullough, nel 2003, fecero uno
studio scientifico su come incrementare la felicità. Essi rimasero sorpresi
nello scoprire che questo poteva accadere mediante un semplice esercizio
sperimentato su un campione di persone: i soggetti erano invitati a scrivere
cinque cose per le quali potevano sentirsi grati a settimana; questo per dieci
settimane consecutive. Il risultato fu sorprendente: chi aveva svolto il
compito era risultato essere il 25%
più felice rispetto al gruppo di controllo che non lo aveva svolto.
Lyubomirsky compararò lo “sperimentare
gratitudine” tre volte alla settimana con il provarlo una sola volta. Il
risultato dimostrò che erano stati significativamente più felici questi ultimi.
Seligman,
Steen, Park e Peterson, nel 2005, svolsero uno studio su un campione rappresentativo di
soggetti depressi. Li seguirono facendogli fare un semplice esercizio di
gratitudine per sei mesi, e verificarono che erano più felici e meno
depressi.
Io non ho condotto uno studio scientifico, ma essendo
una Gestaltista ho osservato il fenomeno che si propagava nel mio corpo nel
momento stesso in cui ringraziavo per i doni ricevuti: e quello che ho sentito
è stata una sensazione che si estendeva dal diaframma al cuore, una cosa molto
simile alla gioia pura che si prova quando si è innamorati, o . immagino,
quando ci si sente in uno stato di grazia mistica.
Quando ero ragazzina canticchiavo spesso, a volte anche inopportunamente,
una canzone religiosa il cui ritornello diceva esattamente così: « Ti ringrazio mio Signore, non ho più paura, perché, con la mia
mano nella mano degli amici miei, cammino fra la gente della mia città e non mi
sento più solo; non sento la stanchezza e guardo dritto avanti a me, perché
sulla mia strada ci sei Tu. ». La cantavo a squarciagola ed ero felice; non
sapevo perché, ma era una sensazione di forza, di centratura che mi faceva
stare bene. In realtà quel piccolo gesto mi permetteva di unire due delle più
potenti azioni che ci è dato di impiegare per sentire immediatamente un
beneficio terapeutico: il canto (meglio
se a squarciagola) e il ringraziamento.
Gli americani hanno fatto del ringraziamento una festa
nazionale, ed è un momento di convivialità e di incontro, un momento di
condivisione. Chi non “ringrazia” è automaticamente un reietto, una persona
sola, addirittura un fallito. E questo è veramente buffo perché per molte
persone il dover ringraziare è sinonimo di fallimento: se devo ringraziare è
perché ho dovuto ricevere e se ho dovuto ricevere è perché non ho saputo
arrangiarmi; ergo, sono un fallito.
In realtà, a mio avviso, il vero fallito è colui che non
ha nessuno da ringraziare, né un fratello, né un amico, né un amore, neppure
Dio. Chi non ha da ringraziare nessuno è irrimediabilmente solo. Conosco alcune
persone in questa condizione e mi fanno
profondamente pena. A primo acchito sembrerebbero “arrivati”, furbi e
autosufficienti al punto di non dover ricorrere all’aiuto di nessuno. Ma, alla
lunga però, anche loro avranno bisogno, e i loro soccorritori si chiameranno
sonniferi, anti depressivi, alcool o stupefacenti. Aiuti che auguro a tutti di
non dover ringraziare mai.
Vi propongo un esercizio: chiudete gli occhi e pensate a
una persona, una persona precisa che vi ha donato qualcosa e ringraziatela.
Magari fatelo davvero, prendete il telefono o andate a trovarla. Gustate il
sapore di questo gesto e tenetelo nel cuore il più possibile: il risultato sarà
stupefacente.
Un applauso a te che sei convinta di
farmi del male... è vero, ho sofferto, ma grazie a te adesso sono una persona
migliore... e ti ringrazio, perché al mondo so
per certo che c'è qualcuno migliore di te.

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